Al Teatro Vittorio Emanuele “L’Avaro” di Molière con Alessandro Benvenuti

TeatroAlessandro Benvenuti e Dimitri Frosali

Dall’1 al 3 marzo, al Teatro Vittorio Emanuele, andrà il scena “L’Avaro” di Molière con Alessandro Benvenuti. In particolare, sempre l’1 marzo, alle 18.00 avrà luogo l’incontro con Alessandro Benvenuti protagonista dello spettacolo prodotto da Arca Azzurra Teatro.

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La locandina dello spettacolo

All’incontro, moderato dalla giornalista Rosaria Brancato, oltre ad Alessandro Benvenuti e agli altri attori della compagnia saranno presenti il Sovrintendente dell’Ente, avv. Gianfranco Scoglio e la Direttrice artistica della sezione Prosa Simona Celi Zanetti. Accanto a Benvenuti sul palco ci saranno Giuliana Colzi, Andrea Costagli, Dimitri Frosali, Massimo Salvianti, Lucia Socci, Paolo Ciotti, Gabriele Giaffreda, Elisa Proietti. La regia sarà curata da Ugo Chiti. L’Avaro è uno spaccato familiare e sociale. Arpagone è un capofamiglia balordo, taccagno e tirannico come tanti altri, circondato da un amabile e canagliesco intrigo di servi e di innamorati. Poi Arpagone viene derubato e l’avarizia cessa di essere un tic, una deformità, uno spunto di situazioni farsesche. La diagnosi investe la psicologia di chi ha subíto un furto, di chi è stato defraudato di un oggetto di passione affettiva ed esclusiva, della sua unica ragione di vita. Proprio la fissazione affettiva di Arpagone su un oggetto miserabile sollecita un’equivoca, ma profonda partecipazione emotiva: l’avarizia redime l’avaro. L’Avaro è una delle commedie molieriane che presuppongono uno spaccato familiare, una ‘casa’; ma la ‘casa’ di Harpagon è anche un luogo rigorosamente finto, esplicitamente e spudoratamente teatrale. Una casa che potrebbe essere, una metafora del teatro coi suoi prodigi, le sue inverosimiglianze e la sua cartapesta. Non una vera casa borghese, dove la luce filtra dalle imposte socchiuse, meridiana o mattutina ma comunque naturale; bensì una casa dove tutto si svolge a lume di candela (non fosse l’avarizia), anche se è giorno. “Il nostro Avaro – si legge nelle note di regia – occhieggia a Balzac senza dimenticare la commedia dell’arte intrecciando ulteriormente le trame amorose in un’affettuosa allusione a Marivaux. Contaminazioni a parte, Arpagone resta personaggio centrale assoluto mantenendo quelle caratteristiche che da sempre hanno determinato la sua fortuna teatrale, si accentuano alcune implicazioni psicologiche, si allungano ombre paranoiche, emergono paure e considerazioni che sono più rimandi al contemporaneo. La ‘parola’ è usata in maniera diretta, spogliata di ogni parvenza aggraziata, vista in funzione di una ritmica tesa ad evidenziare l’aggressività come la ‘ferocia’ più sotterranea della vicenda”.

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