C’è un filo conduttore che da tante stagioni a questa parte unisce le vicende delle società siciliane: l’emergenza non è più sportiva ma strutturale ed economica. Soltanto vent’anni fa Messina, Catania e Palermo erano – ahinoi – protagoniste in serie A, adesso i peloritani sono stati addirittura condannati al declassamento in Eccellenza mentre etnei e rosanero cercano senza fortuna di riconquistare le principali categorie.

In riva allo Stretto si attendono lumi sulla pianificazione dopo una retrocessione arrivata nonostante il cambio di proprietà tanto atteso. Quest’estate a vivere grandi difficoltà sono anche Siracusa, Gela ed Enna. Dopo la “querelle” Trapani che, nonostante una nuova penalizzazione e una retrocessione maturata fra campo e tribunali, programma già il futuro con ambizioni da vertice con annessa conferma di Aronica, il lavoro sul mercato e tanti nomi accostati ai granata. Il quadro generale del calcio siciliano appare comunque sempre più fragile.
A Siracusa si continua a cercare una soluzione societaria mentre incombono nuove penalizzazioni e scadenze economiche decisive, che dovrebbero imporre la ripartenza dall’Eccellenza. A Gela il futuro dipende dalla capacità di trovare investitori credibili dopo il passo indietro della precedente proprietà. L’intervento dell’Amministrazione dovrebbe consentire di salvare la serie D ma il budget non dovrebbe essere certo di prima fascia anche perché bisogna abbattere prima il debito pregresso.

A Enna il rischio è addirittura quello di perdere il titolo e vedere la squadra trasferita altrove, scenario che rappresenterebbe una sconfitta per l’intero territorio. Sono storie diverse ma accomunate da una costante: la difficoltà di trasformare i risultati sportivi in progetti stabili. Troppo spesso in Sicilia si passa in pochi mesi dall’entusiasmo per una promozione o una salvezza alle preoccupazioni per iscrizioni, cessioni, debiti e penalizzazioni. Il campo diventa quasi l’ultimo dei problemi.
In questo contesto assume ancora più valore quanto accaduto nell’ultima stagione in realtà come Igea Virtus, Nissa e Milazzo, società che, pur con mezzi differenti, hanno costruito percorsi tecnici riconoscibili e programmati. Fermo restando che i mamertini attendono di conoscere un futuro segnato dall’annunciato addio del presidente Mauro Versaci. La sensazione è che il calcio siciliano si trovi davanti a un bivio. Continuare a vivere di stagioni isolate, affidate all’entusiasmo del momento e alla disponibilità di pochi imprenditori oppure costruire modelli più solidi e sostenibili. Perché le delusioni si possono assorbire ma la fiducia di una piazza, una volta perduta, è molto più difficile da riconquistare.

Il dato più preoccupante è proprio questo: oggi in molte città siciliane la partita più importante non si gioca sul campo ma nelle stanze in cui si decide se la società avrà ancora un futuro. Una battaglia che vale molto più di una promozione o una salvezza. Non conta soltanto vincere ma costruire qualcosa che resti. Perché una promozione dura una stagione un progetto serio molto di più. Il rischio, altrimenti, è continuare a “celebrare” ogni estate nuovi inizi e a raccontare in ogni primavera gli stessi problemi. Cambiano i nomi delle società e i protagonisti ma il copione resta identico. La vera emergenza del calcio siciliano non è più conquistare una categoria ma riuscire a dare continuità ai sogni delle proprie città. Perché senza basi solide anche la vittoria più bella finisce per diventare soltanto una parentesi.





