Alla finestra ci sono un investitore estero individuato dalla Società Cooperativa Calcio Messina e la cordata capeggiata dall’imprenditore Giuseppe Peditto. Voglioso di cancellare i precedenti poco felici di Milazzo e Leonzio con una compagine che coinvolge alcuni sponsor e ha già traghettato a beneficio dell’Acr i crediti d’imposta utilizzati per il saldo di parte dei contributi arretrati.

All’orizzonte c’è soprattutto il piano di rientro da presentare al Tribunale, che potrebbe rendere molto più appetibile il Messina rispetto a quanto accadeva soltanto qualche mese fa. Il passivo ereditato, che si attestava a circa tre milioni di euro prima del 10 luglio scorso, potrebbe infatti essere presto dimezzato. I grandi problemi restano comunque due: il grave ritardo accumulato rispetto alle altre formazioni al via del torneo di serie D, che sono già in ritiro, e la pesantissima penalizzazione in classifica, che andrebbe annullata sul campo con una consistente rimonta, fallita un anno fa dal Brindisi, partito proprio da -14.
Fin qui non c’è neppure un tesserato ma considerando le trattative in atto, la scadenza del 10 agosto (a due mesi dalla prima udienza del 10 giugno) e il ritorno in aula il 10 settembre è utile soffermarsi su quelli che potrebbero essere i contenuti della composizione negoziata della crisi. Non è chiaro se i consulenti incaricati dall’Acr Messina opteranno per un concordato preventivo o più probabilmente per una ristrutturazione dei debiti o una transazione fiscale.

Per ciò che concerne il milione e 145mila euro di passivo nei confronti dell’Agenzia delle Entrate, i 155mila euro di credito vantato dall’Inps e i 185mila che spettano all’Inail va detto che vari esperti di diritto fallimentare contattati dalla nostra Redazione sostengono che difficilmente potrà essere portata a compimento una transazione. I consulenti incaricati dall’Acr ci proveranno comunque. Due i precedenti più illustri: la Lazio nel 2000 (rateizzazione dei debiti tributari) e più recentemente la Reggina nel 2023 (ristrutturazione e transazione fiscale e contributiva). Le normative nel frattempo sono cambiate ma ha poco senso soffermarsi sui tecnicismi.
Una prassi abbastanza comune è invece quella di abbattere di circa il 40% i debiti chirografari, rappresentati nel caso dell’Acr Messina dal passivo nei confronti dei fornitori, poco meno di 400mila euro, come abbiamo spiegato dopo avere visionato un prospetto del monte debitorio trasmesso ad un potenziale acquirente nei mesi scorsi. Secondo quanto è filtrato i commercialisti e i legali dell’Acr Messina confidano di “risparmiare” quindi circa 160.000 euro.

C’è poi il nodo dei finanziamenti effettuati dai soci. Circa 675mila euro versati dalla famiglia Sciotto e 110mila dall’Aad Invest Group. Anche questi rientrano tra i debiti chirografari, solitamente oggetto di corposo abbattimento, come nel caso dei fornitori. Gli attuali soci dovrebbero però rinunciarvi del tutto, per aumentare sensibilmente le possibilità di un accoglimento del piano di rientro.
La rinuncia risolverebbe anche le possibili difficoltà legate all’ultimo versamento del 10 luglio scorso, che sarebbe stato finanziato in gran parte da Sciotto, anche se le carte sono state sottoscritte dal presidente Stefano Alaimo, che sta curando anche i dialoghi ufficiali con i potenziali acquirenti. Il socio di minoranza avrebbe dovuto coprire soltanto il 20% dell’esborso, in linea con le quote ancora in suo possesso e diverrebbe creditore delle somme eccedenti, avendo emesso ulteriori finanziamenti. Ma come detto queste somme (poco più di 400mila euro destinati ai tesserati, i cosiddetti debiti “privilegiati”) dovrebbero essere stralciate dal totale.

Non a caso nell’ultima missiva indirizzata dall’avvocato Roberto Di Pietro per conto di Peditto all’Acr Messina si legge che “la Doadi Srls emetterà fideiussione a garanzia dei debiti societari così come saranno calcolati dal Tribunale, previa rinuncia dei crediti dei due amministratori di Aad Invest Group, di proprietà di Doudou Cissè, e del signor Pietro Sciotto, amministratore precedente”.
Se il piano di rientro sarà accolto dal Tribunale il “nuovo” Messina potrebbe essere chiamato a corrispondere poco meno di 1,5 milioni di euro allo Stato (ma 375mila euro sarebbero già stati rateizzati con l’Agenzia della Riscossione, secondo quanto si legge nei documenti visionati dalla nostra Redazione) e circa 200mila ai fornitori. Se andasse a buon fine anche una ristrutturazione come quella proposta dalla Reggina due estati fa, il debito si ridurrebbe molto di più.

Illudere ancora i messinesi sarebbe deleterio, anche perché il -14 incombe, ma la procedura fallimentare è un grande assist per eventuali acquirenti in possesso di reale liquidità e non di mere aspettative legate ad incassi da botteghino e da sponsor, come troppe volte è accaduto negli ultimi anni, in cui si è sempre pregustata e sponsorizzata una ripartenza, salvo poi andare a sbattere contro un muro, come i manichini dei crash test per le auto.





