“L’attesa”, il ritratto di una Sicilia che stenta a decollare

L’attesa

L’attesa“, opera prima di Piero Messina, liberamente ispirata al dramma di PirandelloLa vita che ti diedi”, è un film dalle bellissime immagini di una Sicilia selvaggia, pagana, a volte superstiziosa, ma sempre piena di fascino che, però, stenta a decollare.

La protagonista del film, Anna, interpretata da una sempre affascinanate Juliette Binoche, è una donna francese sui quarant’anni che vive nella villa siciliana dell’ex – marito, ha subito un lutto, e nelle sequenze immediatamente successive si intuisce che si tratta del figlio.

Una ragazza francese amica del figlio irrompe nella sua quotidianità per trascorrere le vacanze pasquali in Sicilia. Dopo aver chiamato a casa e dopo aver trovato ad attenderla al suo arrivo solo Pietro, il factotum della grande villa, svegliata dai rumori della grande villa, Jeanne, la giovane ragazza amica di Giuseppe, il figlio di Anna, si ritrova spaesata, e chiede alla madre dell’amico quando potrà incontrarlo nuovamente.

L’attesa, opera di Piero Messina

L’attesa, opera di Piero Messina

Anna, trafitta dalla sguardo della cognata, prende tempo, e spiega a quest’ultima che dirà la verità all’ospite al momento giusto. Quella che era all’inizio una bugia per omissione, diventa piano piano un thriller psicologico, dove le emozioni di Anna, che ha scoperto da alcuni messaggi del cellulare di Giuseppe che Jeanne è stata la sua amante, si muovono tra il dolore, la gelosia e la crudeltà.

In un momento in cui le due donne si tuffano in un lago locale, Anna, come le eroine delle tragedie greche, è gelosa del corpo che ha posseduto il figlio, e subisce un attacco di panico. Una figura da ricordare come rilevante in questo film è Pietro, il factotum della villa, che interpreta la parte, con molto successo, del siciliano fedele, leale, morale. Pietro, infatti disapprova il comportamento che Anna assume nei confronti di Jeanne, nascondendole la verità, ed anche se non si rivolta apertamente, concede più volte a Jeanne l’occasione di conoscere la verità. Nonostante una diffidenza iniziale, le due donne sembrano aver legato, ed Anna racconta a Jeanne le sue prime impressioni da donna francese in Sicilia con il suo futuro marito e con la madre di lui; racconta anche del suo divorzio, di come fece scalpore nella religiosità arcaica, superstiziosa, di quel pezzo della Sicilia.

Jeanne comincia a sentirsi a suo agio, ed invita una giovane coppia di ragazzi sconosciuti, che in seguito scopriremo essere omosessuali, a cena nella villa. Le inquadrature sono tutte sapientemente centrate, e pure la colonna sonora del film rende giustizia a quello che sembra essere una pellicola godibile. Durante la cena, un gioco di seduzione tra uno dei ragazzi e Jeanne fa ingelosire Anna, che reagisce visibilmente con rabbia; Jeanne, impaurita si rifugia nella sua stanza. Dopo aver salutato i due ragazzi, Jeanne chiede ad Anna quando verrà Giuseppe, ma Anna le mente, dicendo che Giuseppe l’ha lasciata: starà usando misericordia verso Jeanne, alleggerendole il boccone amaro da buttare giù, o è un modo per manipolarla ancora?

Il regista Piero Messina

Il regista Piero Messina

Dopo una lunga sequenza di scene nelle quali viene fatto credere che Giuseppe in verità non sia mai morto,  il regista lascia intuire che il ragazzo semplicemente è scappato lontano dalla madre e da Jeanne, e le due hanno un momento di compassione per il dolore di entrambe.

Con inquadrature e protagonisti del grande cinema europeo, il film è un prodotto ben fatto della cinematografia nostrana, proveniente da un’ispirazione culturale progressista, sono presenti le battaglie per il divorzio, e  per la libertà sessuale, a volte esagerata quando, non per caso, viene inquadrato un computer di ultima generazione.

Il regista di Caltagirone Piero Messina narra quindi una storia che, in ultima analisi, non regge. Nonostante le bellissime inquadrature, il regista che ha lavorato come vice “Nella grande bellezza”, non raggiunge le altezza dei cineasti a cui fa riferimento per temi scelti e per ispirazione culturale, come Nanni Moretti della “Stanza del figlio” o Abdellatif Kechiche della “Vita di Adele”. Il risultato “artigianale” è però godibile.

Articolo di Fortunato Carrozza

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