Sulle nevi dell’Africa, la scalata di un messinese alla vetta del Kilimangiaro

Matteo ArrigoMatteo Arrigo sulla cima del Kilimangiaro

Vi proponiamo il racconto in prima persona del messinese Matteo Arrigo, protagonista di un’autentica impresa. 

Può la forza della volontà spingere una persona a superare un limite mentale e fisico? Durante il periodo del Covid ho maturato l’idea del cammino di Santiago, che ho realizzato parzialmente nel luglio 2020. Negli ultimi anni ho sviluppato molto la mia attività di trekking a Messina e in Sicilia. Tempo utile per camminare e pensare. Quel tempo che, chiusi in casa durante la pandemia, ci siamo resi conto di aver perso, venduto al lavoro e alle pratiche giornaliere. Nel maggio 2023, spinto da un amico, ho raggiunto il campo base dell’Everest, un’impresa fisica tra le più dure affrontate. Da qui l’dea di alzare l’asticella: “E se provassimo a scalare il Kilimangiaro?”. Una montagna iconica, il vulcano più alto del mondo, la vetta più alta dell’Africa. 5.895 metri, il tetto del continente nero.

Il Kilimangiaro è uno stratovulcano formato da tre crateri principali, lo Shira ad ovest, il Mawenzi ad est e in mezzo il Kibo, il più alto con i quasi 6mila metri dell’Uhuru peak. Ghiacciai perenni e neve immacolata contornano l’immensa caldera spenta. A livello di trekking è considerata una montagna facile, quasi alla portata di tutti. Il monte adesso è lì, un cono oltre le nuvole, la cima innevata, come si vede sempre in fotografia e nei documentari, luoghi immaginati che all’improvviso diventano reali.

Matteo Arrigo

I protagonisti della scalata al Kilimangiaro

Spedizione nella giungla.
Dall’aeroporto del Kilimangiaro ci spostiamo ad Arusha: sarà l’ultimo letto e l’ultima doccia per i prossimi otto giorni. In jeep raggiungiamo i confini del parco protetto, ai margini della foresta equatoriale. Centinaia di portatori si affaccendano a preparare i borsoni per le varie spedizioni: abbiamo messo i nostri effetti personali e i vestiti in grandi sacche impermeabili. Viaggiamo con lo zaino piccolo con le semplici necessità per il cammino giornaliero. Entriamo nel parco attraverso la Londorossi Gate. Esistono sei differenti vie per raggiungere la vetta, noi seguiremo la Lemosho Route, la più lunga con i suoi otto giorni di cammino, ma con maggiore possibilità di successo grazie al tempo utile per acclimatarsi gradualmente. Attaccheremo il fianco della montagna da ovest. Salire di quota lentamente è il modo migliore per non soffrire gli effetti dell’altitudine, così come idratarsi di continuo, anche con tre litri di acqua al giorno. Siamo nove italiani più una ventina di portatori e tre guide locali, il “boss” Boni e due ragazzini, Franchi e Amani.

Dopo circa 10 km raggiungiamo il campo di Mti Mkubwa a 2.650 metri, i portatori hanno già allestito la nostra area completa di bagno, tende notte e tendone per i pasti. La cena è una brodaglia calda di zuppa di cetrioli e carne stufata. Improbabili zuppe di sedano, spaghetti dolci di Zanzibar, spezzatino di carne dura, frittate di verdure, riso in bianco. D’ora in poi più che mangiare dovremo nutrirci, anche quando il sapore non sarà buono, anche quando l’acqua non sarà limpida. Assumere carboidrati, proteine e sali minerali a sufficienza sarà fondamentale per la buona riuscita della scalata. Molte persone non arrivano in cima per non aver bevuto o mangiato a sufficienza, non gradendo il cibo o non fidandosi dell’acqua dei torrenti, che comunque viene bollita e filtrata tutte le sere prima del consumo. Per maggiore sicurezza aggiungiamo nelle nostre borracce pastiglie depuranti.

La stagione secca con la pioggia.
Il suono della pioggia battente sulla tenda ci ha fatto compagnia per tutta la notte. Indossiamo le mantelline e tutto l’abbigliamento impermeabile disponibile, il copri zaino, i pantaloni. I sentieri sono diventati colate di fango, avanziamo lentamente nei tratti più impervi e sporchi. In alcuni punti abbiamo la melma alle caviglie. La tappa di giornata diventa un supplizio anche per le condizioni atmosferiche. Con tutta l’attrezzatura tecnica che si possa indossare, dopo 5-6 ore di pioggia continua diventa impossibile rimanere asciutti. Gennaio è considerato uno dei mesi migliori per l’ascesa del vulcano: siamo all’inizio dell’estate, la stagione secca, anche se quest’anno tarda ad arrivare, i locali non ricordano così tanta pioggia in questo periodo dell’anno. Il suolo delle tende è bagnato, anche il sacco a pelo è umido. Avvolgo i piedi dentro l’impermeabile.

Matteo Arrigo

Le tende montate per la notte

La pioggia è andata giù tutta la notte. Uno spiraglio mattutino ci mostra la cima del Kibo imbiancata in maniera copiosa. Nevi perenni sotto l’equatore, chissà quale impressione avrà fatto la vista del gigante bianco ai primi viaggiatori e mercanti, esploratori e avventurieri, la figura del colosso innevato nel caldo torrido della savana. I rigagnoli d’acqua sono diventati torrenti. “Pole pole”, in lingua swahili “piano piano”: è Franchi a fare l’andatura costante, forzare il passo significa stancarsi e soprattutto arrivando troppo presto al campo si rischierebbe di non trovare le tende pronte. Quella che doveva essere una tappa facile ci porta al campo di Shira 2 sfiniti. La nebbia sale dal fondo valle e in poco tempo ci avvolge come uno spettro. Entriamo in tenda bagnati, da due giorni facciamo i conti con l’impossibilità di asciugare i vestiti perché continua a piovere. Le cattive condizioni meteo influiscono senza dubbio sul rendimento e l’umore. Tutte le sere dopo cena Boni si accerta delle nostre condizioni e misura la saturazione a ciascuno di noi: fino a quando non va sotto l’80% non dobbiamo preoccuparci.

Il “mal di montagna”.
La tenda si stringe sempre più, lo spazio si fa più piccolo, vedo le pareti avvicinarsi, il tetto viene giù sulla mia faccia fino a togliermi l’aria! Mi sveglio di colpo con la sensazione di soffocamento. Durante il sonno la saturazione già bassa scende ancora di più. È evidente che qualcosa nel mio acclimatamento non sta andando per il verso giusto ed è facile capire cosa. Nei primi giorni, complice la pioggia battente, ho bevuto pochissimo mentre camminavamo, troppo complicato sfilarsi impermeabile e copri sacco per prendere la borraccia. La difficoltà di approvvigionarsi d’acqua (le borracce ci vengono riempite solamente la mattina alla partenza e la sera dopo cena) ha fatto il resto. Ho commesso il grave errore di non idratarmi abbastanza e di sottovalutare i 3.800 metri, considerandoli non ancoraun pericolo. Passo il resto della notte in compagnia di un forte mal di testa e dell’insonnia: sono chiaramente sintomi di “mal di montagna”. Prendo una compressa di Diamox e la mattina mi rimetto in marcia. Non sono in forma, ma abbandonare il cammino vorrebbe dire rinunciare al viaggio. Con l’aumentare dell’altitudine, la quantità di ossigeno per i polmoni si riduce, così come nel sangue. La frequenza cardiaca aumenta come il ritmo della respirazione, si ha così il “fiato corto”: ansimiamo anche procedendo in piano. Non ho fame, ho nausea e male ai muscoli. Cerco di bere il più possibile, quasi un litro d’acqua tutta d’un fiato. Controvoglia butto giù un po’ di riso e confido nella notte. Se dovessi svegliarmi così la mattina, non mi resterebbe che tornare a quote più basse.

Un raggio di sole.
La luce inonda la tenda, apro gli occhi ancora provato ma in forze. Reintegrando i liquidi e riposando sono riuscito a recuperare in tempi record. Di forza ne serve tanta per superare il primo strappo di giornata, il Barranco Wall, una parete di roccia vulcanica quasi verticale. I portatori si ammassano congestionando i passaggi, scalano con decine e decine di kilogrammi sulle spalle, superando passaggi già difficili per noi. Sono uomini forti, temprati dal clima africano. Instancabili, caricano i bagagli in bilico sulla testa, incastrati fra capo e collo, pentole e secchi penzolano dagli zaini sbatacchiando. Percorrono le nostre stesse distanze in un quarto del tempo, con le ciabatte, le magliette bucate, scarpe sfondate, giubbotti non adatti all’altura, teli di plastica come impermeabili e sempre sorridendo. Seppur in pena per alcuni di loro, non posso negare che il nostro “capriccio” di salire sul tetto del continente rappresenti per loro una fonte di reddito essenziale per sostenere la famiglia. A fine viaggio consegneremo loro le nostre mance in denaro e tutto il nostro rispetto.

Matteo Arrigo

Il risveglio mattutino e il calore del sole

A metà mattinata arriva puntuale la pioggia battente, raggiungiamo i 4.000 metri del campo di Karanga bagnati fracidi. Ho fango anche sotto le unghie, gli scarponi inzuppati. Dopo qualche ora il sole fa capolino tra la nebbia, sono raggi caldi che ritemprano l’umore e ci permettono di asciugare i vestiti. Il Kilimangiaro è la montagna solitaria più alta del mondo, il clima è anche per questo imprevedibile. La vegetazione è quasi scomparsa, nella brughiera resistono solo piccoli arbusti. Questo è il regno delle piante di senecio, un albero dall’aspetto preistorico che cresce su ogni pendio e solo su questa montagna. L’aria è rarefatta, l’umidità è scarsa, il freddo comincia a farsi sentire. Dormo con il giubbotto come coperta. A queste quote anche il semplice gesto di uscire dalla tenda comporta fatica: è per questo che la notte trattengo lo stimolo di fare la pipì il più possibile, per limitare le alzate notturne. Quando non si può resistere mi trascino letteralmente fuori dalla tenda. Il campo è avvolto in un silenzio soprannaturale, la cima si è pulita da ogni nuvola. Sembra un gigante addormentato, la guardo e realizzo che ormai la vetta è sempre più vicina. Il cielo è una trapunta di puntini luminosi, la notte è fatta di freddo glaciale, l’aria gelida penetra nelle narici, l’assoluto silenzio regala uno spettacolo indescrivibile. Osservo la neve in quota, la massa sommitale illuminata dalla luna. La vetta sembra lanciarmi la sfida. Lo scalatore che si prepara ad affrontare una montagna sente con l’elemento una sorta di rapporto umano, la cima diventa una figura quasi vera. Si provano sentimenti, timore, a volte ci si parla chiedendo il permesso per affrontare la prova. Fra meno di 24 ore saremo uno di fronte all’altro. Domani si sale, è il giorno decisivo.

La piana di ghiaccio.
All’alba i campi sono tanti formicai, gente che piega tende, chi prepara da mangiare, chi smonta cucine. Instancabili come bestie da soma, i portatori caricano tutto sulle spalle e partono. Una lunga fila, come tanti insetti, risale la montagna. Siamo in pieno deserto d’altura, le forme di vita animale e vegetale sono quasi assenti. Superiamo una distesa di grandi bombe piroclastiche, pietre levigate e taglienti come vetro, polvere, tappeti di lava. Poche ore e raggiungiamo il campo di “Barafu”, che in lingua swahili significa ghiaccio. Una landa lavica sospesa tra due vallate, esposta agli elementi. La cena è molto presto, la breve salita dalla mia tenda al tendone da pranzo mi fa venire il fiatone. Un bicchiere di tè caldo tra le mani e le ultime disposizioni snocciolate da Boni: la sveglia sarà alle 23, alle 24 in punto si partirà per attaccare la vetta. Saranno in cinque ad accompagnarci, marcia regolare e serrata, una pausa ogni ora e buona fortuna. Andiamo a dormire con addosso gli stessi vestiti che useremo per la scalata. Non conosciamo le condizioni che troveremo in vetta, non possiamo permetterci di sbagliare abbigliamento: nel dubbio meglio sudare che sentire freddo.

Fatica e conquista.
Il suolo ricoperto da una patina bianca scricchiola sotto le suole, la temperatura è scesa in maniera vertiginosa. Uscire dalla tenda è un trauma. Alcuni gruppi sono già partiti, una processione di luci si allunga fin dove arriva la vista. Dobbiamo superare la pendenza che ci separa dalla sommità, 1.300 m di dislivello in appena 3 km, praticamente un muro. Quello che nessun escursionista vorrebbe trovarsi d’avanti. Elia non è in forma, ha tutti i sintomi da mal di montagna, dopo una breve discussione con Boni si decide che è meglio scendere immediatamente di quota, per lui la scalata alla vetta finisce prima di partire. Ci accompagnano Franchi, Amani, Manuel e Mafunga, tutti poco più che ventenni. Franchi apre la fila, nonostante la giovane età ha raggiunto la vetta già 40 volte. Indossano gli stessi vestiti dei giorni scorsi, con la variante di un cappello di lana al posto del berretto. Amani non porta nemmeno i guanti, cammina con le mani in tasca quasi fosse a spasso sul corso.

Matteo Arrigo

Lo scenario suggestivo del Kilimangiaro

Il buio della notte ci nasconde la parete: alzando lo sguardo si vedono lontane le luci di chi ci precede, la fila che si fa sempre più piccola ci fa percepire la distanza. Il sentiero sale ripido sfidando la pendenza. Sostiamo per bere ogni ora esatta, un breve riposo che dà nuova forza ma che non può prolungarsi per non raffreddarsi troppo, tre minuti contati con l’orologio, il tempo di aprire e chiudere la borraccia e si riparte. Quando arriva il fiatone sai che la prossima sosta sarà fra quasi un’ora. Cammino con la testa bassa, guardare in alto non ha senso, seguo in maniera scientifica i talloni di Franchi: “Quanto manca alla prossima pausa?” chiedo. “Guarda l’orologio”. Quattordici minuti. Una mazzata. Il tempo è alterato dalla fatica, un minuto sembra infinito.

Dopo la terza sosta comincia ad insinuarsi in me la fatica estrema, la salita non dà tregua. La fila di persone sembra adesso una processione di condannati. Regolo il respiro, l’unico modo per proseguire è distrarsi. “Don’t sleep”, la voce di Amani mi desta all’istante. I ragazzi ci spingono moralmente di continuo, ci incoraggiano, ci spronano. Quando le parole per noi non bastano più, allora si fanno carico del nostro peso: Franchi mi vede barcollare, mi strappa lo zaino e lo carica sulle sue spalle. Dopo cinque ore di salita senza tregua sono distrutto. Più saliamo, più manca l’ossigeno. Più ti stanchi, più rallenti, più congeli. Sono esausto, ho la nausea per il troppo sforzo. Salgo troppo lentamente e non riesco a riscaldarmi, ho piedi e mani ghiacciati, muovo di continuo le dita per evitare il congelamento. Nella mia mente comincia a farsi strada l’idea di mollare. Sei ore. Ho perso il ritmo e mi sono staccato dalla testa, sono stremato, mi fermo e mi siedo. Urlo disperato ad Amani che io mi fermo lì. Mi guarda impassibile, non risponde e continua a camminare. Il poco ossigeno non rende lucidi, il fisico si ribella allo sforzo immane. Siamo nel tratto più ripido e difficile. È lì che arriva il punto di rottura, la frazione di vita esatta in cui sei convinto di aver dato tutto il possibile, il momento di difficoltà in cui pensi di non potercela fare più, in cui dici “è finita”. La mente e il fisico crollano. Serve un immenso sforzo di volontà, immenso. C’è chi si sente male, chi sviene, chi vomita. Serve tirare fuori una forza sconosciuta, superare realmente i propri limiti, biologici, mentali, fisici. Non hai più energia, ma c’è qualcosa che ancora devi tirar fuori. Guardo in alto, la fine della salita è lì, 50 metri più su, alcuni dei nostri lo hanno già raggiunto. Stringo le mani sui bastoni e riprendo il passo.

Il cielo ad est si sta tingendo di rosso porpora, non so più quante ore sono passate dalla partenza. La linea dell’orizzonte si stacca da quello che prima era stato buio totale. Stella Point, il bordo del cratere, ci arrivo senza più forze nel momento in cui il sole trapassa la nebbia e spunta la luce, il calore ci dà nuova forza. Siamo sul bordo del vulcano, mancano ancora 100 metri di dislivello, altri 40 minuti per raggiungere la propaggine più alta. Adesso tutto è bianco, la vista infernale della notte ha lasciato posto ad una scena paradisiaca. La neve è immacolata, i ghiacciai immensi. Siamo intorno ai meno 15 gradi, il vento assente ci risparmia un ulteriore supplizio. Tutto sembra irreale, il cervello poco ossigenato diminuisce la capacità di pensiero, la poca lucidità ci fa sentire in una bolla. Affondiamo gli scarponi sul manto bianco. Hururu peak, 5.895 metri. Sotto di noi c’è tutta l’Africa. Alle 7:30, le 5:30 in Italia, del 25 gennaio 2024, ho raggiunto la vetta.

Matteo Arrigo

La comitiva durante la scalata

Abbiamo faticato, sudato, patito il freddo, ci siamo chiesti mille volte quale assurda idea ci avesse portato fin lì, avrei voluto anche tornare indietro, ma alla fine ce l’ho fatta! Ho gli occhi lucidi, aggrappato al cielo ghiacciato a 6.000 metri. Delle persone che provano a scalare il vulcano, il 20% non riesce ad arrivare in cima. Dipende da tanti fattori, non solo dalla preparazione. Basta un mal di pancia, non aver bevuto abbastanza, un raffreddore, e si deve rinunciare. Indicativo il fatto che dei nove del nostro gruppo non sono salite in cima le due persone più in forma. Ciò nonostante ho visto arrivare in vetta gente incontrata i giorni prima, su cui non avrei scommesso un euro. Portavano sugli zaini peluche, scattavano foto con disegni, collane, bandiere. Ognuno è andato avanti con la sua forte motivazione, è la volontà che ad un certo punto fa il maggior lavoro. Sette giorni attraverso foreste pluviali, deserti d’alta quota, lande vulcaniche, praterie, pietrose, distese lunari, brughiere, ghiacciai.

Il rispetto per la montagna.
Alla fine della scalata mi lascio andare in considerazioni personali sull’ambiente e la logistica trovate durate il trekking. Non c’è la spiritualità e ritualità che si può trovare sui sentieri dell’Himalaya. Il Kilimangiaro in confronto è un circo per tutti, una giostra, e i giostrai hanno tutto l’interesse a far fare un giro a chi paga il biglietto, a costo quasi di trascinarli sulla vetta. È considerata una montagna “facile” perché i numeri dicono questo, migliaia di persone ogni anno raggiungono la cima, e anche se un quinto di chi ci prova non ce la fa i dati positivi restano comunque alti. Basta quasi solamente partire per l’ultima tappa verso la vetta, e si può avere il certificato di scalata, anche se realmente la vetta non è mai stata raggiunta. Le statistiche diranno altro. La montagna paga però un prezzo alto, con i campi trasformati in pisciatoi, discariche di rifiuti, portatori sfruttati fino allo stremo. Turisti della montagna che fanno selfie a petto nudo in cima o trattano male i locali. Non è questa la montagna che mi aspettavo di trovare.

Resta il valore sul piano tecnico e sportivo, una piccola scalata, che facile non lo è stata. Sono imprese che necessitano di tre fattori fondamentali: una preparazione fisica adeguata (non ci si può alzare dal divano e andare a fare 100 km a 4.000 metri), tranquillità mentale e buona sorte (proprio in quest’ordine), perché l’ultima parola spetta sempre alla natura e alla fortuna. Il successo di un’impresa sportiva, piccola o grande che sia, dipende da queste tre variabili. All’inizio l’adrenalina ti spinge a mille, parti con entusiasmo, poi arriva sempre il momento in cui stremato ti chiedi chi te l’ha fatto fare. Perché nonostante si possa stare bene fisicamente e mentalmente, non si può sapere come reagirà il fisico alla mancanza d’ossigeno, alla pioggia, al freddo, all’acqua sporca, al male alle ossa, al cibo, alle vesciche. Io personalmente, senza i ragazzi che nell’ultima tappa mi hanno trascinato moralmente su, non ci sarei riuscito. Per loro diventeremo presto dei visi come tante altre persone che hanno condotto in cima, clienti passati, sconosciuti portati in vetta, di noi svanirà presto anche il ricordo. Quando in futuro parlerò con figli e nipoti di questo viaggio, racconterò che un ragazzo dell’Africa, di cui conosco solo il volto e il nome, mi ha portato in vetta su cime innevate. L’avere condiviso con loro il tempo, la fatica, il freddo, l’acqua, li ha resi compagni di viaggio al pari degli altri.

Matteo Arrigo

Il Kibo è la cima più alta del Kilimangiaro

Ai saluti e alla consegna degli attestati, Boni ci ha invitato a parlare bene del Kilimangiaro: “Non dite che è così duro, altrimenti la gente non viene”. Lascio su quelle cime la sua aerea mitologica, ho sfidato il gigante e ho avuto la meglio. Voglio ricordare gli sguardi ammaliati, l’aura di mistero che gli aleggia intorno, i miti e le leggende. Non è stato facile per niente, racconterò la verità, quanto sia stato duro arrivare in vetta, e questo è il mio rispetto che porto alla montagna. Perché ho compiuto questa fatica? Sono stato da sempre un soggetto timido e insicuro, il Nepal prima e poi il Kilimangiaro, mi hanno insegnato a non essere quella persona che troppe volte sbagliava. La vetta come nella vita è lì, la vedi ma sai che ci devi arrivare passo dopo passo, perché superare il limite troppo in fretta può essere fatale. Con questa conquista spero solo di avere reso orgogliose le persone che mi vogliono bene e avere trasmesso il messaggio che se vogliamo qualcosa, basta insistere con tenacia, ragione, forza, volontà. Testa e cuore.

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